- Home
- TARANTISMO
- Antropologia
Antropologia
pizzica e tarantismo
Dalla cura al rito
L’origine dell’insieme dei riti di guarigione e della danza e della produzione musicale che oggi conosciamo come tarantismo, è incerta e probabilmente antica, anche se le prime attestazioni risalgono al XIV secolo. Il fenomeno è stato osservato da diversi secoli, con descrizioni e interpretazioni che si sono sedimentate nella letteratura scientifica e antropologica e nella consapevolezza collettiva. Una mappa di queste spiegazioni è possibile solo se si evita di metterle in una successione cronologica o logica, accettandone la complessità e la rispondenza al bisogno di controllare e contenere manifestazioni individuali e collettive vissute come espressione di disagio e dunque implicitamente perturbanti, se non socialmente pericolose.
Tarantismo e medicina
Il morso, il rito, la cura
I riti di guarigione domestici nei mesi estivi e nel tempo del raccolto, la messa del 29 giugno alla Cappella dei Santi Pietro e Paolo di Galatina; l’abbandonarsi dei tarantati a danze sfrenate e a ritualità di diverso carattere, è stato ritenuto un fenomeno degno di nota da tutta la cultura medico-scientifica europea di età moderna. Secondo i canoni della medicina ippocratica, il tarantismo è stato interpretato come risposta al morso avvelenato dell’aracnide Lycosa tarantula, il falangio di Puglia, che avrebbe provocato uno stato patologico, più frequente nei mesi estivi e accentuato dal calore nativo del territorio.
In età positivistica, mobilitando categorie comunque antiche, il tarantismo è stato presentato come un insieme di casi di isteria, quindi con un’accentuazione del suo carattere femminile. Non sorprende che tra gli innumerevoli trattati e dissertazioni dei medici e dei filosofi naturali (Girolamo Mercuriale, Gioviano Pontano, Leonardo da Vinci, Vincenzo Bruno, Athanasius Kircher) spicchino quelli di figure che avevano avuto modo di asssistere direttamente ai riti, come Epifanio Ferdinando e soprattutto il salentino di adozione Giorgio Baglivi, che nel Seicento ne diedero una descrizione oggettiva ma partecipata.
dal novecento a oggi
Antropologia, tradizione e nuove forme di cura
Nel Novecento le spiegazioni di tipo etnografico e antropologico hanno quasi sempre sostituito quelle strettamente mediche, che erano un ostacolo nella comprensione della ricchezza culturale e del potenziale liberatorio della pratica. La svolta va fatta risalire al lavoro di Ernesto De Martino, La terra del rimorso (1961). Con innovative ricerche sul campo, ma sempre tenendo presente un orizzonte storico-culturale ampio, De Martino propose un’interpretazione della taranta come crisi, espressione di ‘contenuti critici individuali’ (personali, familiari, comunitari) e come possibilità di un superamento del conflitto attraverso la danza e una ritualità, anche musicale, apparentemente sfrenata. Per De Martino le radici remote del tarantismo vanno cercate nei riti orgiastici greci arcaici, nei quali la secessione dalla comunità, la fuga verso solitudini silvane o acquatiche sono temperate dalla necessità di controllare il disordine istituzionalizzando la crisi, o individuandone la causa materiale, come avviene ad esempio nel Prometeo di Eschilo, dove un tafano spinge la ninfa Io, trasformata in giovenca, a correre ed errare.
Nel tardo Novecento e negli ultimi anni la taranta è diventata occasione per un dibattito, anche molto concretamente politico, sulla reinvenzione della tradizione, sull’espressione di una nuova cura per il territorio salentino, sulla possibilità di utilizzare elementi della tradizione e segmenti di musica colta per riscrivere e reinterpretare la tradizione stessa. Studiosi e intellettuali come Georges Lapassade, Luigi Chiriatti, Gino Di Mitri, Sergio Torsello, Eugenio Imbriani, ma anche filosofi come Franco Cassano e storici come Alessandro Portelli hanno a diverso titolo contribuito a riportare la taranta al centro dell’attenzione pubblica a livello nazionale e internazionale. Come ha sottolineato Gianni Pizza ne Il tarantismo oggi (2015), siamo ormai in presenza di un mondo complesso e diversificato di pratiche agite, di culture locali, di tradizioni rivisitate attraverso le lenti della politica della cultura ma anche quelle della partecipazione del pubblico più ampio, come dimostrato dal Festival della Taranta che anima le notti estive salentine dal 1998.