Luisa Cossio
Danzerina del Gruppo Folcloristico “Danzerini Udinesi”
Desidero condividere alcune riflessioni sul ruolo dei gruppi folkloristici e delle associazioni culturali come mediatori tra il mondo della ricerca accademica e le giovani generazioni. Queste considerazioni nascono dalla mia esperienza diretta all’interno del Gruppo Folcloristico Danzerini Udinesi e si sono arricchite attraverso il dialogo con educatori, mediatori culturali, amministratori, nonché dalle mie esperienze professionali. Si tratta di spunti di riflessione che si inseriscono nel percorso del progetto che stiamo realizzando, il quale punta a rafforzare la trasmissione di consapevolezza culturale, la coesione intergenerazionale e il senso di identità e appartenenza.
In questa prospettiva i gruppi folkloristici possono svolgere un ruolo decisivo, poiché trasformano gli obiettivi della ricerca in esperienze concrete, vissute e condivise. Viviamo in un’epoca in cui i linguaggi culturali si frammentano, i modelli di apprendimento mutano rapidamente e il rapporto tra tradizione e innovazione diviene sempre più articolato. In questo contesto i gruppi folkloristici non sono meramente custodi del passato, bensì luoghi dinamici di elaborazione culturale, spazi in cui la memoria collettiva si rinnova e si trasmette attraverso pratiche vive, partecipate e condivise.
La danza, la musica, i costumi e le tradizioni non rappresentano solo forme espressive, ma costituiscono veri archivi viventi che narrano storie, valori ed esperienze che spesso non trovano spazio nella documentazione scritta. Quando un giovane apprende un passo, un canto, un gesto non sta semplicemente acquisendo una tecnica: sta entrando in relazione con una memoria collettiva, con un patrimonio che diviene parte della sua identità. Ed è in questo punto che interviene la mediazione culturale.
La ricerca accademica produce conoscenze fondamentali sul patrimonio immateriale, benché rimanga sovente confinata in ambiti specialistici. I gruppi folkloristici posseggono invece la capacità di tradurre il linguaggio scientifico in esperienze accessibili e significative, rendendo tangibile ciò che nei testi rimane astratto. Trasformano la teoria in pratica, favorendo un apprendimento informale che coinvolge il corpo, le emozioni e la dimensione sociale. E soprattutto coinvolgono i giovani non come destinatari passivi, bensì come interpreti e co-creatori del patrimonio medesimo.
Le nuove generazioni portano con sé linguaggi contemporanei, digitali, visivi e performativi, che permettono di rinnovare le forme di fruizione del patrimonio immateriale. Nei gruppi folkloristici i giovani sperimentano, reinterpretano, innovano, acquisiscono competenze trasversali, sviluppano consapevolezza e responsabilità culturale e contribuiscono alla coesione intergenerazionale. Negli ultimi anni emergono inoltre nuove forme di fruizione partecipata: laboratori aperti, performance interattive, progetti digitali, archivi multimediali collaborativi. Le tecnologie digitali e i social media offrono ai giovani opportunità inedite per documentare, raccontare e condividere la tradizione, rendendola più accessibile e coinvolgente. Queste pratiche non sostituiscono l’esperienza diretta, ma la amplificano, consentendo di raggiungere pubblici più ampi, stimolando la creatività e costruendo una memoria condivisa, dinamica e partecipata.
Vorrei sottolineare un aspetto che ritengo fondamentale. Nella vita quotidiana siamo sempre più inclini a pensare in termini individuali, a valorizzare il successo personale, eppure la cultura condivisa dei gruppi folkloristici ci ricorda che la crescita autentica avviene solo quando si impara a collaborare. È nostra responsabilità insegnare ai giovani, e ricordare agli adulti, che il passaggio dall’io al noi non è soltanto possibile, ma necessario. Per realizzarlo occorre coltivare uno stile di comunicazione assertiva, ossia una comunicazione chiara, rispettosa, capace di esprimere i propri bisogni senza negare quelli altrui. L’assertività rappresenta un ponte: permette di ascoltare, collaborare e costruire relazioni sane, e attraverso relazioni sane si edifica una comunità autentica.
Le associazioni culturali, in particolare nei piccoli centri, costituiscono spesso uno dei pochi luoghi in cui persone di età, provenienze e competenze diverse possono incontrarsi. La pratica folkloristica favorisce processi di inclusione che trascendono le differenze individuali, offrendo spazi di partecipazione anche a chi non possiede ancora un radicamento territoriale consolidato. In questo senso i gruppi folkloristici non rimangono custodi passivi della tradizione, ma diventano attori nella costruzione di comunità più inclusive e resilienti.
Accanto alla dimensione educativa vi è poi l’effetto di rigenerazione territoriale, argomento affrontato nel progetto attuativo. Le attività folkloristiche valorizzano i contesti locali e restituiscono significato a piazze, cortili, borghi e spazi comunitari. Eventi quali spettacoli, laboratori e soprattutto festival folkloristici diventano occasioni per riattivare il tessuto sociale, far incontrare abitanti e visitatori, generare nuove forme di partecipazione culturale e creare ricadute economiche e visibilità per il territorio. La rigenerazione non riguarda unicamente gli spazi fisici, ma anche la dimensione simbolica: la comunità riscopre sé stessa, rafforza la propria identità e rinnova il senso di appartenenza.
Un ruolo rilevante è svolto dalla rete di collaborazione che si sviluppa con scuole, università, enti locali e altre associazioni. Queste sinergie permettono di sviluppare progetti condivisi, far dialogare ricerca e pratica, e offrono alle giovani esperienze diversificate e significative. La rete consente inoltre di condividere risorse, competenze e buone pratiche, organizzando eventi comuni che amplificano l’impatto culturale sul territorio.
Non mancano tuttavia criticità sostanziali. Una delle principali riguarda il difficile equilibrio tra tradizione e innovazione. Da un lato vi è il rischio di un’eccessiva cristallizzazione delle pratiche culturali, che può renderle poco attrattive per i giovani. Dall’altro, una reinterpretazione troppo libera può condurre alla perdita di autenticità. La sfida consiste nel trovare modalità di trasmissione che siano fedeli alle radici, ma al contempo aperte al cambiamento.
Un’altra criticità è legata alla sostenibilità di queste realtà associative. La maggior parte dei gruppi folkloristici si fonda sul volontariato e su risorse economiche limitate, il che rende difficile la continuità delle attività e la realizzazione di progetti a lungo termine. In questo contesto, il supporto delle istituzioni e il riconoscimento del valore educativo, sociale e culturale di queste esperienze diventano elementi essenziali.
Nonostante queste difficoltà, il potenziale dei gruppi folkloristici rimane elevato. Sono spazi in cui la memoria si rinnova, il territorio si rigenera, le generazioni dialogano e l’identità si costruisce in modo partecipato e consapevole. Sono luoghi in cui si diviene cittadini culturali responsabili del proprio patrimonio e capaci di trasformarlo in una risorsa per il futuro. Continuare a valorizzare queste realtà significa investire in comunità più coese, più consapevoli e più aperte. Significa riconoscere che il patrimonio immateriale non è un’eredità statica, bensì una forza viva, capace di generare senso di appartenenza identitaria. In un’epoca in cui la complessità rischia di frammentare i legami sociali, queste realtà associative ci mostrano che la memoria può diventare un ponte, l’inclusione un metodo, la cultura un orizzonte condiviso, capace di aprire spazi per un futuro consapevole e responsabile.