Gabriele Pelizzari
Il tema che aggrega e struttura questo progetto è un tema storiografico, e può essere enunciato nella sua più asciutta durezza critica: gli itinerari di cristianizzazione dell’Adriatico antico.
L’ipotesi che si avanza è che da Alessandria d’Egitto, che sappiamo essere stata tra le prime località raggiunte dalla predicazione evangelica, alcuni missionari si siano spinti lungo la rotta commerciale adriatica fino ad Aquileia. Si tratta di una congettura verosimile, in qualche misura suffragata dalla stessa letteratura neotestamentaria. Sul piano storiografico essa implica una tradizione alternativa, non necessariamente ostile e comunque quantomeno parallela rispetto alla cristianizzazione romanocentrica, quella che i manuali postulano irradiarsi da Roma verso un raggio progressivamente più ampio a partire dall’entroterra. Secondo tale modello, i territori costieri adriatici figurano tra gli ultimi a essere raggiunti dall’attività missionaria.
Il tema potrebbe apparire circoscritto. La realtà è più articolata. Ci si avvede sempre più chiaramente che la predicazione delle origini cristiane risultava comune quanto al kerygma, ossia al nucleo religioso fondamentale, e assai diversificata quanto alle sue implicazioni. Attorno al medesimo annuncio evangelico si strutturano esperienze religiose profondamente differenti tra loro: differenti sul piano teologico, come siamo abituati a pensare, e differenti anche sul piano della prassi, aspetto che si è soliti considerare assai meno.
La storia, del resto, richiede e produce semplificazioni, e i cosiddetti vincitori tendono costantemente a ridurre le differenze e a uniformare i punti di vista. Alcuni dei cristianesimi che si dipanano nella prima generazione cominciano a essere guardati con sospetto, vengono parzialmente trasformati in caricatura e infine apertamente osteggiati. Idee che in origine trovavano espressione aperta e piana, quali tratti caratteristici di determinate storie, divengono progressivamente idee sospette, poi marginalizzate, infine avversate.
Quando la storia procede in questo modo, si generano abitualmente spazi di resistenza culturale, luoghi che sfuggono ai tentativi di normalizzazione e che assorbono i caratteri osteggiati. La storiografia cui siamo abituati è una storiografia dei vincitori, poiché è una storiografia dei documenti scritti, dei testi in primo luogo e dei monumenti in subordine, e lì si arresta. La storia, tuttavia, lascia tracce di sé e le dispone in ridotte, in spazi che la storiografia trascura con frequenza.
I patrimoni immateriali, le prassi cosiddette popolari, gli usi, i costumi, persino le culture alimentari conservano talora tracce di storie rimaste sconfitte. Gilberto Pressacco ha tentato di ristudiare quell’itinerario di cristianizzazione. Se l’ipotesi risultasse fondata, ad Aquileia e lungo l’intero itinerario commerciale adriatico si sarebbe predicato un Vangelo cronologicamente coevo a quello paolino, appartenente dunque alla prima generazione. L’Aquileia cristiana si collocherebbe allora, per dignità e rilievo storico, sul medesimo piano della Roma cristiana, della Corinto cristiana, dell’Alessandria cristiana. Parliamo di un’ipotesi che trasforma in capitale ciò che la storia ha successivamente reso periferia, riconoscendovi il grembo che genera, sul piano ideale, religioso e anche politico, un intero distretto che le attuali cartine politiche non sono in grado di raffigurare con esattezza.
Pressacco ripercorre tale itinerario andando in cerca proprio di quelle ridotte della storia. Muove da ciò che sappiamo dei terapeuti di Alessandria, movimento monastico di natura giudaica che, secondo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, avrebbe largamente accolto l’annuncio evangelico. A partire da quel modello religioso, inteso come ciò che si professa insieme a ciò che si pratica in rispondenza a quella professione di fede, egli osserva come tra le pratiche figurasse la danza estatica: danze ritmate, vorticose, di intensità crescente, orientate a quella condizione di alterazione che veniva considerata estatica, al pari dell’ebrietas. Pressacco insegue quindi i modelli monastici ed estatici che richiamano tali caratteri lungo la via che la missione avrebbe dovuto percorrere, da Alessandria fino ad Aquileia, e vi riscontra elementi di somiglianza.
Da qui una domanda rivolta alla storiografia. Constatato il vuoto documentario, perché non indagare questi ulteriori patrimoni, questi ulteriori lasciti? Perché non tentare, anziché di apparentare i sintomi, di verificare l’esistenza di una radice condivisa? Il punto non consiste nell’affermare che la pizzica sia la furlana, ipotesi insostenibile, poiché tra le due si frappongono altre storie: consiste nel vagliare la possibilità di una radice comune.
Sul piano metodologico ciò lancia una sfida decisiva alle discipline storiografiche, poiché l’uso dei testi risulta per noi più agevole, e lo spostamento su un terreno differente, quale la rivalutazione di patrimoni reali e sussistenti che hanno assorbito storia, comporta difficoltà considerevoli. A ciò si aggiunge l’onere di percorrere una linea storiografica poco frequentata. Il Friuli è stato infatti territorio di italianizzazione, e quanto vi si rivendicava come proprio è stato sovente sospinto ai margini dell’irrilevanza, a vantaggio di una normalizzazione peraltro non pienamente riuscita.
L’idea di un’Aquileia intesa non come la torre su cui l’aquila si getta con gli artigli sguainati, bensì come città che produce cultura, genera identità e dà forma a una regione, non ha trovato sostegno nell’ambito della ricerca. Per tale ragione non la si rinviene nei manuali. La cultura è anche politica, ed è un territorio conteso: per questo richiede tutela. Senza la consapevolezza di tale presupposto non si comprende perché non abbiano trovato spazio ricerche avviate sin dagli anni Sessanta.
Il tentativo che conduciamo consiste dunque nello sfidare un quadro storiografico prevalente, il quale peraltro mostra crepe sempre più evidenti: quanto più emergono tracce dell’antica Aquileia cristiana, tanto meno risulta possibile ricondurle entro la categoria angusta della periferia romana. Raccogliamo insieme la sfida di guardare dove qualcosa è rimasto, ossia non nei documenti letterari e nelle fonti agevoli, bensì nei patrimoni di più complessa lettura. Da qui nasce questo esperimento.