Valter Colle
Le osservazioni che seguono si fondano su un percorso di ricerca avviato da circa un decennio e più volte interrotto, dedicato alla furlana nella sua dimensione storica e nelle sue prospettive future. Il confronto con le ricerche di Gilberto Pressacco costituisce per me un riferimento diretto: l’ho conosciuto personalmente, abbiamo condotto insieme lavori sul campo, e quell’esperienza continua a dirci molte cose sulla questione delle radici.
Le radici e la storia della furlana vertono su due aspetti distinti. Il primo attiene al dato storico documentato: nella Venezia del Cinquecento la furlana viene riconosciuta come danza dei friulani, danza carnevalesca, e viene trascritta. Le attestazioni si addensano in quel secolo, e non casualmente, poiché è il secolo in cui si diffonde la stampa. Di elementi precedenti disponiamo in misura assai limitata, mentre da quel momento cominciamo a possedere tracce scritte consolidate del fenomeno.
Il secondo aspetto riguarda l’intuizione di Pressacco, che attribuiva alla furlana l’ultima traccia della danza estatica propria delle popolazioni rupestri e contadine del patriarcato di Aquileia: quelle stesse popolazioni che si recavano a lavorare a Venezia e che vi portavano le proprie tradizioni, come accadde a molte altre nella capitale commerciale del mondo cinquecentesco, dove nasce la commedia dell’arte e dove si diffondono le maschere alpine insieme ai repertori e alle danze. È lì che la danza risulta attestata.
Restano da ricostruire circa dodici secoli di distanza tra il cristianesimo primitivo e le prime attestazioni cinquecentesche. Sussistono tuttavia indizi e indicazioni che consentono di individuare una costanza di pratiche coreutiche nella regione, dotate di funzioni culturali e verosimilmente trasmesse di generazione in generazione fino a costituirsi come tradizione. Con Fabio Accurso abbiamo lavorato sui repertori che nel tardo Medioevo confluiscono nelle tabulature di liuto, dove sono state individuate tracce di danza sicuramente preesistenti. Con la Schola Aquileiensis, formazione fondata e diretta da Pressacco, abbiamo investigato i codici aquileiesi, poiché la storia del patriarcato conserva elementi informativi di rilievo.
Le tracce scritte restano però espressione di un ambiente colto, della Chiesa e dell’istituzione. Mancano le informazioni relative alla cultura popolare. Per questa ragione abbiamo esteso l’indagine alla tradizione musicale in età longobarda: tra VI e VIII secolo si forma in Friuli il primo ducato longobardo, ed è il periodo della cristianizzazione dei Longobardi. Non esistono tracce scritte, poiché ci collochiamo prima della notazione, sussistono tuttavia memorie, descrizioni e testi; insieme a Giacomo Baroffio abbiamo formulato un’ipotesi di ricostruzione delle forme esecutive.
Quell’esperienza è risultata particolarmente formativa, poiché quanto la storia scritta ci nega, offrendoci soltanto un’interpretazione, viene in parte compensato dalle fonti di tradizione orale. Le tecniche esecutive, gli stili, gli apporti culturali e storici permangono nella tradizione orale assai più a lungo che nelle fonti istituzionali, le quali possono mutare da un giorno all’altro.
Ritengo pertanto essenziale condurre un lavoro di ricerca comparativo e multidisciplinare, che non si limiti alla dimensione coreutica. Non si tratta di cercare nella furlana la danza rituale dei friulani: che la furlana sia la danza del Friuli costituisce una convenzione, stabilita e accettata come tale. Al di fuori del Friuli essa continua peraltro a esistere e a essere praticata in forma libera e popolare, assumendo però altre denominazioni, circostanza che alimenta più di un interrogativo.
Un ulteriore nodo riguarda la mistificazione della tradizione. Accanto alla danza estatica del cristianesimo primitivo e al fenomeno coreutico documentato dal Cinquecento al Novecento, occorre affrontare il tema della danza come espressione popolare. Esiste un momento storico, corrispondente all’Ottocento romantico, in cui le condizioni mutano sensibilmente. Si sviluppa allora un’attenzione intensa verso le tradizioni, poiché è il periodo in cui si formano gli Stati nazionali e prende forma l’ideologia dello Stato-nazione, con una cultura chiamata a rappresentare le radici nobili di ciascun popolo. Ne deriva una competizione nel riconoscere, ricostruire e riproporre le radici più illustri della propria comunità. Il Romanticismo ha trasmesso tale eredità all’intero Novecento, con gli esiti che conosciamo. In questa fase si compie un processo dichiarato ed evidente di nobilitazione della tradizione, ossia di mistificazione, intesa nel senso proprio di alterazione della realtà.
Il fenomeno, particolarmente documentabile per il Friuli, risulta diffuso in gran parte d’Europa. Espressioni quali la furlana o la villotta sono state dichiarate rappresentative delle radici friulane e al tempo stesso trasformate e impiegate dalla società colta e dagli intellettuali del tempo. La villotta oggi conosciuta e cantata è sostanzialmente musica d’autore; lo stesso termine risulta imposto a forme di canto tradizionali i cui testi vennero sostituiti, abbelliti, riscritti. I brani che il Novecento ci ha restituito attraverso i cori, con armonizzazioni e solennità, sono composizioni d’autore, che tuttavia abbiamo appreso a riconoscere come la nostra tradizione. Merita attenzione il fatto che tale mistificazione abbia attraversato indisturbata l’intero Novecento fino a oggi.
Sto attualmente lavorando sui materiali della ricerca condotta in Friuli da Alan Lomax e Diego Carpitella nel 1954, e dispongo in archivio di registrazioni coeve realizzate da privati, tra cui Claudio Nogliani. In alcuni casi le registrazioni predisposte per il ricercatore americano risultano già armonizzazioni e costruzioni corali, mentre nello stesso periodo chi procedeva di casa in casa poteva ancora documentare il canto a due voci in forma semplice e funzionale, impiegato nelle occasioni della vita quotidiana e tradizionale.
Si constata così un fenomeno di notevole interesse: a partire dalla tradizione popolare l’ambiente colto ha restituito una tradizione scritta, riveduta, corretta e nobilitata, la quale ritorna poi al popolare come forma di verità delle proprie radici. Il medesimo percorso riguarda anche la furlana, e in particolare la sua diffusione novecentesca attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro, che canalizzò una serie di iniziative favorendo la crescita dei gruppi folcloristici: alle generazioni del secondo Novecento quella rappresentazione è stata trasmessa come la tradizione.
Va riconosciuto nel contempo che i gruppi folcloristici costituiscono oggi una risorsa fondamentale per trasformare questo aspetto critico della nostra storia culturale in qualcosa di utile e positivo, e non a caso l’Unione dei Gruppi Folcloristici partecipa a questo progetto.
Permangono naturalmente numerosi punti aperti. Esiste la furlana o esistono le furlane, e quante? Che cosa è la furlana al di fuori del Friuli, e con quale denominazione vi si presenta? Secondo una tesi la danza chiamata furlana fuori regione aveva in Friuli un altro nome, forse staiare, termine che rinvia però alla Stiria, dove la medesima danza assume a sua volta un’altra denominazione. Altri ne sostengono l’origine croata, ricordando che la pressione dell’esercito ottomano spinse popolazioni croate oltre i confini, e che minoranze croate tuttora presenti ne conservano la lingua. In Croazia, dove quelle pratiche permangono vitali, la furlana è stata peraltro riconosciuta a livello statale come bene immateriale. Il cerchio in qualche modo si chiude, e insieme si moltiplicano i vortici e le relazioni. L’osservazione e il confronto restano gli strumenti fondamentali per fare luce su questo percorso: lo studio comparativo e la multidisciplinarietà risultano indispensabili.